La non fiction per bambini: le idee che abbiamo e perché dobbiamo ripensarle

Scritta con titolo dell'articolo del post: le idee sbagliate che abbiamo sulla non fiction per bambini, di Gloria Carraro

Ci sono alcuni cliché ricorrenti sulla letteratura non fiction per bambini. Alcuni nascono dalle abitudini editoriali, altri dal modo in cui noi adulti interpretiamo la lettura infantile.

Molti contengono una parte di verità, ma spesso rischiano di semplificare un genere molto più ricco e complesso.

Quando un bambino prende in mano un libro sugli animali, sullo spazio o sul funzionamento del mondo, spesso l’adulto pensa: «Vuole imparare qualcosa».

Quando invece sceglie un racconto, siamo più portati a immaginare una lettura legata al piacere, alla fantasia e all’intrattenimento.

Questa distinzione ci sembra naturale, ma forse racconta soprattutto il nostro modo adulto di guardare ai libri. Racconta meno il modo in cui bambini e bambine leggono, scoprono e costruiscono conoscenza.

La domanda allora non è soltanto: a cosa serve un libro di non fiction?

 

La domanda più interessante è: che cosa succede nella mente di un bambino quando cerca di capire il mondo attraverso un libro?

 

La non fiction per bambini serve solo a trasmettere informazioni?

Una delle idee più diffuse sui libri non fiction per bambini è che il loro compito principale sia quello di fornire informazioni.

È un’interpretazione comprensibile. A scuola, nelle ricerche e nelle attività didattiche questi libri vengono spesso utilizzati proprio per approfondire un argomento, trovare dati e acquisire nuove conoscenze.

Ma questa funzione, per quanto importante, non esaurisce il significato della lettura non fiction.

Un libro sugli animali non è soltanto un insieme di caratteristiche da memorizzare. Un atlante non è soltanto una raccolta di nomi e luoghi. Un libro sul corpo umano non è solo un elenco di parti e funzioni.

Quando un bambino legge, osserva immagini, collega informazioni e formula nuove domande, sta facendo molto più che raccogliere contenuti.

 

Sta costruendo un modo personale di comprendere il mondo.

 

La conoscenza nasce dalle connessioni, non dall'accumulo di informazioni.

Pensare alla conoscenza come a un archivio di informazioni da riempire significa considerarla come qualcosa di statico.

Ma il modo in cui impariamo è molto diverso.

La conoscenza cambia forma continuamente: un’idea si collega a un’esperienza, una scoperta modifica ciò che pensavamo di sapere, una domanda apre nuove possibilità.

Conoscere significa creare relazioni.

Da questo punto di vista, i libri di non fiction per bambini non sono semplicemente contenitori di contenuti, ma possono diventare ambienti in cui il pensiero si muove.

Soprattutto nella produzione editoriale contemporanea, molti libri divulgativi invitano il lettore a osservare, confrontare, immaginare, fare ipotesi e trovare connessioni tra ambiti diversi.

 

Il loro valore non sta soltanto nelle informazioni che offrono, ma nelle possibilità di pensiero che aprono.

 

Il piacere della lettura appartiene solo alla narrativa?

Un altro luogo comune riguarda il rapporto tra piacere e conoscenza.

Spesso immaginiamo che leggere per piacere significhi soprattutto immergersi in una storia, mentre leggere per imparare appartenga a un’esperienza più scolastica e funzionale.

Ma i bambini mostrano spesso qualcosa di diverso.

Tornano sugli stessi argomenti, rileggono libri già conosciuti, cercano nuovi dettagli, collegano ciò che hanno letto con ciò che osservano nella vita quotidiana.

Il coinvolgimento nasce dalla curiosità.

E la curiosità è una forma di piacere.

Il desiderio di capire, scoprire e trovare una risposta a una domanda può essere altrettanto coinvolgente quanto seguire le avventure di un personaggio.

 

Forse quindi piacere della lettura e conoscenza non sono esperienze opposte. Possono nascere dallo stesso movimento: il desiderio di entrare in relazione con qualcosa che ancora non conosciamo.

 

Come guardare alla letteratura non fiction per bambini

Osservare la non fiction significa allora cambiare prospettiva.

Più che chiederci quante informazioni contiene un libro, possiamo domandarci:

  • quali domande riesce ad aprire;

  • quali collegamenti permette di costruire;

  • quale tipo di attenzione richiede;

  • quale forma di pensiero stimola.

Un buon libro di non fiction non si limita a trasmettere contenuti: accompagna il lettore in un processo di esplorazione, confronto e scoperta.

Guardare alla non fiction in questo modo significa interrogarsi sul modo in cui bambini e bambine costruiscono conoscenza attraverso la lettura.

 

Significa riconoscere che conoscere non è soltanto ricevere informazioni, ma interpretare, collegare e dare significato a ciò che incontriamo.

 

La non fiction per bambini non è un genere minore

Il cliché più resistente è forse quello che considera la non fiction per bambini un genere secondario, sospeso tra il libro scolastico e la narrativa.

In realtà si tratta di un ambito editoriale ricco e complesso, capace di unire divulgazione, illustrazione, design, narrazione e rigore scientifico.

La sua forza sta proprio nella capacità di rispondere a una delle caratteristiche più profonde dell’infanzia: la curiosità.

Forse allora la domanda più interessante non è se questi libri servano a imparare.

È chiedersi:

  • che tipo di attenzione chiedono?
  • Che tipo di pensiero attivano?
  • Cosa succede nel lettore mentre cerca di comprendere?

Quando spostiamo lo sguardo su queste domande, la non fiction smette di apparire come una semplice categoria editoriale e diventa un modo per entrare in relazione con il mondo.

Non è soltanto un libro che insegna qualcosa.

 

È un libro che aiuta a imparare a pensare.

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